Attraversando la Via Francigena: Filattiera

Filattiera è il risultato di molte migrazioni, vi si insediarono i Liguri, i Romani, i Bizantini, fino ai Longobardi. Sorto in questa zona per la sua posizione strategica, assume importanza in particolare per la Pieve di Sorano. Intorno alla pieve sono stati rinvenuti infatti i resti di un antico villaggio romano, ritrovamento che denota le antichissime origini del borgo.

Di origine bizantina, il borgo di Filattiera era stato preceduto, nella sua fondazione, dal villaggio sorto nel fondovalle in epoca imperiale romana. Sul colle, a partire dal X-XI secolo, si era sviluppato il borgo. Nel XII secolo Filattiera e i territori circostanti furono concessi alla famiglia Malaspina direttamente dall’imperatore Federico Barbarossa. Già all’epoca la nuova famiglia che venne in possesso del paese trovò costruita una fortificazione: il castello di San Giorgio, eretto in epoca altomedievale, dalle caratteristiche puramente difensive. I Malaspina dovettero porre mano alla costruzione del nuovo castello, quello che ancora oggi si incontra sul versante nord-occidentale all’ingresso dell’abitato, circondato da mura e trasformato in residenza signorile. Il feudo di Filattiera, che raggruppava nei propri territori tutta la Lunigiana orientale, fu comunque ben presto smembrato tra gli eredi maschi della famiglia. Nel 1275 infatti si formano i primi feudi di Verrucola e Olivola ai quali succederanno quelli di Treschietto, Castiglione del Terziere, Malgrate e Bagnone. Il dominio malaspiniano su Filattiera terminerà nel 1549, quando sarà venduto a Cosimo I, granduca di Toscana, questo per evitare una probabile conquista spagnola.

Il castello di Filattiera è la testimonianza del dominio bizantino in Lunigiana. Dell’antico castello non rimane che ben poco. Oggi, restaurato da poco, è di proprietà della famiglia di Cesare Buglia. Sorto sui resti di una fortezza romana costruita sulla val di Magra, ai piedi del limesappenninico, poi bizantina, il Castello di Filattiera conserva nella Chiesa di S. Giorgio quella che costituisce forse la più antica testimonianza dell’uso della strada da parte dei pellegrini. Si tratta di una lapide tombale dell’XVIII sec. d.C., assai deteriorata, sulla quale è inciso l’epitaffio di Leodgar, vescovo missionario, inviato da Roma per evangelizzare i Longobardi. Nel testo della lapide si dice, tra l’altro, che il religioso avesse convertito peccatori alla fede e aiutato i pellegrini in viaggio. Importante per la sua storia militare, il castello contribuì, per il passaggio sotto diversi domini, a far cambiare le tattiche di difesa dei vari castelli nel circondario. Il grave problema è che gli antichi capisaldi, nel tempo, sono stati oggetto di raccolta di materiali necessari per altri tipi di opere. Delle vecchie ridotte dismesse non restano ormai che ruderi devastati dallo smembramento dovuto a necessità di ricostruzione nonché fagocitati dalla vegetazione.

Intorno al castello si segnala ancora l’antico borgo che trascina con sé le vetuste tradizioni di quel Cristianesimo di credenti e pellegrini: una tradizione misterico-magica che odora ancora degli antichi miti, forse addirittura più pagani, che mantengono vagamente i propri simboli sebbene ammantati della nuova dottrina. La sera del 16 gennaio di ogni anno i ragazzi e i bambini di Filattiera raggruppano all’ingresso del borgo fascine di legna; una volta incendiate le legna vengono più volte benedette dal sacerdote. Non appena il fuoco si esaurisce il tizzone più ardente viene portato a casa da chi per primo se lo accaparra; si pensa che questo preservi dalle malattie. In nottata si cuociono salsicce sulle braci del falò e si beve fino a tarda ora. I riti qui si ripetono annualmente secondo uno schema rituale immutato da secoli, richiedendo la partecipazione attiva e corale, indicando una divisione di compiti e ruoli. Alla base di questa tradizione vi è il tentativo di proteggere con un rito magico-religioso collettivo una delle più importanti fonti di reddito della campagna antica: l’allevamento del bestiame, esposto ai pericoli delle malattie, che portava dalla vendita del vitello se non l’unica, certamente l’entrata in moneta più importante dell’anno; infatti l’antica festa del Falò di S. Antonio, imponeva ai fedeli che l’asportazione del tizzone e la conseguente festa si svolgesse nelle stalle in segno di buon auspicio per il bestiame allevato.